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Recensione di L’uomo che trema di Andrea Pomella

di Verdiana Quattrocchi

In L’uomo che trema troverai il racconto di un uomo che, attraverso il dramma della depressione, affronta la vita con la fatica più grande: essere sé stesso.

Titolo: L’uomo che trema
Autrice: Andrea Pomella
Editore: Einaudi
Genere: narrativa contemporanea
Pagine:  p. 200
Voto: 3,5 / 5
Anno di pubblicazione: 2018
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Nel momento in cui ci si interroga sul senso e sul valore della vita si è malati, giacché i due problemi non esistono in senso oggettivo. (S. Freud)

La trama

L’uomo che trema racconta la storia di un uomo che soffre di quella malattia che la comunità scientifica definisce depressione maggiore. Ne soffre da quando ha coscienza del mondo. Questo, però, non gli ha impedito di lavorare, sposarsi con Grazia ed avere Mario. Grazia ha ormai dimestichezza con la sua malattia. Anche se, a volte, ne è intimorita, è l’unica a riuscire ad ammansire l’orso che regna dentro di lui. I detentori della sua malattia, invece, sono due: l’abbandono del padre e una madre che gli mostra l’aspetto più duro e avvilito della realtà umana per temprarlo alla vita.

Il quel momento sono passato dall’essere l’abbandonante a essere l’abbandonato. E in questa duplice condizione ho vissuto fino all’età matura, incerto tra due poli.

L’amore della famiglia, la psicoanalisi e le tragiche storie dei divi del rock si intersecano con la storia di quest’uomo. Riuscirà a liberarsi di quell’essere che occupa ogni spazio interiore e non lo fa respirare?

La mia recensione di L’uomo che trema

È molto difficile trattare in un libro il tema della depressione senza risultare pesanti o tediosi. Eppure, Andrea Pomella riesce a raccontare il dramma di undici milioni di persone nel nostro Paese in un modo che non ha paragoni. Meglio di uno psichiatra, analizza il suo male dal punto di vista sia fisico che psicologico, dandocene una versione reale e non edulcorata. L’uomo che trema, per attenuare il suo malessere, sviluppa nuove passioni e ne rispolvera vecchie. Si butta a capofitto sul lavoro, un lavoro da impiegato parastatale che, a lungo andare, spegne ogni velleità.

Non ero disposto per nulla al mondo ad affogare di nuovo nel torpore dell’inoperosità, eppure, senza accorgermene, stavo entrando in un altro letargo: un letargo retributivo.

Il racconto legato al lavoro mi ha ricordato molto le problematiche legate all’uomo di oggi. Il bournout, la sindrome da troppo lavoro, o addirittura il karoshi, la morte per troppo lavoro. Sono il risultato di mestieri che si svolgono senza comprenderne fino in fondo il vero scopo, a testimonianza che avere un lavoro spesso non è sinonimo di felicità. E i drammi e le sofferenze più profonde rimangono quelle legate agli affetti, quando ci sono loro il malessere sembra più lontano.

I questa giornata memorabile, se c’è un grande assente, è proprio il mio male.

La scrittura di Pomella è imbevuta di autoironia che, a mio avviso, è il punto forte del libro. Quello che mi ha frenato dal dare un punto in più alla trama è un mio gusto personale. Gli eventi sono pochi, seppur quelli che ci sono siano significativi. L’ho scelto sapendo di correre questo rischio. Non è un libro che tradisce le attese, nulla nella trama fa intuire che ci sia altro, anzi, credo che il modo in cui sia trattato l’argomento superi addirittura le aspettative.

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