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La signora di Wildfell Hall e l’illusione di poter cambiare un uomo

di Verdiana Quattrocchi

Quando si parla delle sorelle Brontë, Anne è spesso la più sottovalutata.
Eppure La signora di Wildfell Hall (1848) è uno dei romanzi più lucidi e scomodi della letteratura ottocentesca: non per l’eccesso di passione alla Cime tempestose — che resta forse il più disturbante — ma per il modo diretto e realistico con cui racconta un matrimonio fondato sul controllo, non sull’amore.

Se in Cime tempestose la possessione è travestita da sentimento assoluto, qui Anne Brontë smaschera senza romanticismi ciò che resta quando l’amore non c’è: potere, dominio, annullamento.

Titolo: La signora di Wildfell Hall
Autore: Anne Brontë
Anno prima edizione originale: 1848
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Una struttura a incastro che prepara la rivelazione

La storia inizia nell’autunno del 1827 ed è narrata da Gilbert Markham attraverso lettere indirizzate a un amico.
All’interno di questa cornice epistolare si inserisce il diario di Helen Graham, la misteriosa donna che arriva in un villaggio di campagna con il figlio di cinque anni e prende in affitto la solitaria Wildfell Hall.

Helen colpisce subito per il suo portamento riservato e per un aspetto che non cerca di piacere: capelli scuri ricci e lucidi, un’acconciatura ormai fuori moda, uno sguardo spesso basso, tratti dolci ma una bocca sottile, segno di un temperamento tutt’altro che arrendevole. È una donna che osserva più di quanto parli — e che sa difendere i propri confini.

Helen: l’illusione di poter cambiare un uomo

Cresciuta sotto la tutela degli zii dopo la morte della madre e l’assenza del padre, Helen viene educata all’idea che il matrimonio debba essere una scelta morale. La zia desidera per lei “un uomo veramente buono” e diffida fin da subito di Arthur Huntingdon.

Helen, invece, sceglie di credergli.
Non perché non veda i segnali d’allarme, ma perché — come molte donne dopo di lei — pensa di poterli compensare con amore, pazienza, esempio. E così, poco alla volta, si adatta a lui: cambia modo di vestire, di vivere, di frequentare il mondo. Lo segue a Londra nonostante sia stanca del caos, convinta che lui soffra quanto lei, solo in modo inconsapevole.

Per compiacerlo dovetti violare le mie predilezioni e principi quasi radicati.

È uno degli inganni più dolorosi del romanzo: non è vero che Arthur soffre allo stesso modo.

Arthur Huntingdon: il ritratto di un uomo abusante

È nella natura della donna essere costante, amare una persona e una sola, ciecamente, teneramente e per sempre.»

Arthur non è semplicemente infedele o dissoluto: è un uomo che concepisce il matrimonio come possesso. Minimizza i propri tradimenti, ma reagirebbe con violenza se li subisse; accusa Helen di infrangere i voti matrimoniali quando lei osa giudicarlo; usa il linguaggio dell’“onore” e dell’“obbedienza” per silenziarla; giustifica la propria incostanza come naturale prerogativa maschile e pretende dalla moglie una fedeltà cieca e incondizionata.

Diceva che lo trascinavo io in quella vita con la mia condotta innaturale e poco femminile.

Quando Helen smette di essere uno specchio compiacente e diventa una coscienza morale, Arthur ribalta la colpa, la umilia, la controlla economicamente, le sottrae ogni spazio di autonomia e arriva a distruggere simbolicamente e materialmente ciò che potrebbe renderla indipendente.

Mi ha circondata con un muro, perché io non possa uscire. Ha reso più pesante la mia catena.

Non agisce per amore, ma per paura dell’autonomia altrui: Helen non è una moglie da amare, ma una volontà da spezzare. Anne Brontë anticipa con impressionante precisione la logica dell’abusante: se tu non fossi così, io non mi comporterei così.

Era gradevole sentirsi considerata un oggetto d’amore, ma ho pagato cara tale gratificazione.

Hargrave: la pressione gentile e la partita a scacchi

Accanto alla violenza esplicita di Arthur, Anne Brontë introduce una figura più ambigua e per questo più insidiosa: Walter Hargrave. Hargrave non impone, non minaccia, non alza la voce. Attende. Si rende disponibile. Si propone come confidente proprio nei momenti in cui Helen è più sola e vulnerabile. Ma Helen non è ingannata da questa apparente delicatezza e, anzi, richiama alla memoria un episodio rivelatore: la partita a scacchi.

«Dovevo ricordare la partita di scacchi.»

Non è un dettaglio narrativo casuale. In quella scena Helen aveva già colto la sfacciataggine dello sguardo, il piacere sottile della conquista, il desiderio mascherato da rispetto. Il gioco diventa così una metafora trasparente: Hargrave non dialoga, manovra.

Quando Helen nota che Hargrave “attende tutto il giorno”, capisce che non si tratta di una coincidenza, ma di una strategia.

«Non che io temessi ciò che mi avrebbe potuto dire…»

La sua paura non è per le parole, ma per ciò che esse nascondono: le “offensive consolazioni”, la falsa premura di un uomo che approfitterebbe del dolore altrui per avvicinarsi. Hargrave vuole “parlare”, ma il suo parlare è un’invasione.

«Egli era lì, in attesa, per cogliere l’occasione.»

Helen rifiuta quell’intimità non richiesta, anche quando farlo significa apparire ingrata o scortese. È una scelta tutt’altro che semplice, soprattutto in un contesto sociale che pretende dalle donne disponibilità e riconoscenza. Ma proprio in questo rifiuto silenzioso si rivela la sua forza: Helen comprende che non ogni gentilezza è innocente, e che anche la premura può diventare una forma di pressione. Hargrave non è un antagonista dichiarato, ma un uomo desiderante che non rispetta davvero i confini — ed è questa ambiguità a renderlo così inquietante.

Il punto più basso e la svolta

Il momento in cui Arthur legge il diario di Helen, le confisca il denaro, brucia la sua attrezzatura da pittrice e minaccia l’unica alleata che le resta è il punto più oscuro del romanzo. È la negazione totale dell’identità, della libertà e perfino della maternità, usata come strumento di ricatto. Eppure, proprio lì nasce la svolta.
Helen tocca il fondo, ma non si spezza. Impara una durezza che non le apparteneva, una calma forgiata dalla disperazione. Non diventa fredda: diventa lucida.

La mia natura non era calma in origine; ho imparato ad apparire così a forza di dure lezioni. […] Una simile durezza si impara solo con la cruda esperienza e la disperazione.

Le altre donne e le alternative possibili

Accanto a Helen, Anne Brontë costruisce un mosaico femminile significativo: Millicent, intrappolata in un matrimonio infelice; Esther, ancora giovane ma già consapevole del rischio di cedere a pressioni familiari; donne che mostrano quanto spesso la scelta non sia davvero una scelta.

Interessante, in contrasto, è la figura di Hattersley, il marito di Millicent: l’unico uomo del romanzo che sembra capace di cambiare, ma solo perché accetta la responsabilità delle proprie azioni. Un’eccezione che conferma la regola.

Un romanzo che non consola

La signora di Wildfell Hall non è una lettura rassicurante.
Non promette redenzioni facili né amori salvifici. Mostra invece, con estrema chiarezza, che non tutti gli uomini possono essere cambiati, e che insistere può significare per una donna perdere sé stessa.

Helen Graham è una protagonista modernissima perché:

  • riconosce la manipolazione;
  • rifiuta il sacrificio come virtù;
  • sceglie la solitudine piuttosto che una falsa sicurezza;
  • difende la propria dignità anche quando costa tutto.

Ed è forse per questo che, ancora oggi, questo romanzo continua a parlare con una voce sorprendentemente attuale.

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