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Recensione: Qualcuno volò sul nido del cuculo di di Ken Kesey

di Verdiana Quattrocchi
Qualcuno volò sul nido del cuculo

Un’irlandese cocciuto contro il pugno di ferro di un’infermiera in un ospedale psichiatrico dell’Oregon. Qualcuno volò sul nido del cuculo è una trattazione innovativa sul disagio e il trattamento inumano dei pazienti delle strutture ospedaliere statali.

Titolo: Qualcuno volò sul nido del cuculo (One Flew Over the Cuckoo’s Nest)
Autore: Ken Kesey
Editore: BUR Biblioteca Univ. Rizzoli
Pagine: 400 p.
Voto: 3,5/5
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La mia vecchia nonna cantava questa tiritera. […] Un gioco chiamato Plim-Plim-Plim-Solletica-Le-Dita. Contando ogni dito delle mie mani aperte, un dito per ogni sillaba cantilenata. […] Mi piace il gioco e mi piace la nonna. Non mi piace Miss Plim-Plim-Plim-Solletica-Le-Dita, che acchiappa le galline. No lei non mi piace. Mi piace invece il papavero che vola sul nido del cuculo. Mi piace il papavero e mi piace la nonna, con polvere nelle rughe. (Capo Bromden)

La trama

In un ospedale psichiatrico dell’Oregon i pazienti sono divisi tra Acuti, Cronici e Agitati.
Gli Acuti sono i pazienti più giovani, quelli che i medici ritengono così malati da aver bisogno di calmanti, si esercitano a braccio di ferro e in trucchi con le carte. Al lato opposto della sala in cui sono gli Acuti si trovano gli scarti del prodotto della cricca, i Cronici. Costoro non rimangono in ospedale per essere guariti, ma soltanto per impedire che si aggirino per le strade. Capo Bromden è uno di questi ultimi. Nonostante la mole non da nell’occhio, tutti lo credono sordo e anche muto.

È alto abbastanza per mandarmi mele sulla testa e ha paura di me come un bambino.

Ma la verità è che lui è gli occhi e le orecchie di quelle mura e sarà la guida del lettore in questa vicenda.
La vita in questo ospedale psichiatrico procede tranquilla, tutti seguono le regole dell’infermiera Ratched. Basta non opporre resistenza e tutto va bene.
Ma un giorno una risata fragorosa irrompe, sconvolgere gli equilibri e da voce a chi ha dimenticato di averla. La risata è di R.P. McMurphy, un giocatore d’azzardo che ha preferito l’ospedale psichiatrico al carcere. La rivolta di McMurphy nasce dal profondo e si muove contro la crudeltà celata sotto la maschera della pietà.

La mia recensione di Qualcuno volò sul nido del cuculo

Quando presi questo libro in biblioteca non sapevo bene cosa aspettarmi, di certo ero curiosa di conoscere il perché di questo titolo così particolare, un po’ com’è successo con La ragazza dello Sputnik di Haruki Murakami (trovi la recensione qui).

Il libro mi ha colpito da subito molto. La descrizione di McMurphy fa dubitare che il film diretto da Milos Forman sia successivo. L’interpretazione che Jack Nicholson fa di questo personaggio è magistrale.

Egli ride finché non ha finito, per un po’, e si fa avanti nella sala comune. Anche quando non sta ridendo, il suono della sua risata gli aleggia intorno, così come il suono continua ad aleggiare intorno a una grande campana che abbia appena smesso di suonare …. La risata è negli occhi di lui, nel modo che ha di sorridere e di camminare con sussiego, nel modo di parlare.

McMurphy è la vera forza del racconto, è la coscienza del gruppo assopita da anni di “pazzia”. Lui non sta alle regole, lui chiede non ubbidisce, prova a cambiare le cose non si arrende. Sfida Miss Ratched, la “burattinaia” dell’ospedale, che con un solo sguardo ti fa sentire colpevole. Ho amato questo personaggio perché è anticonformista, è vero e insegna qualcosa agli altri dando l’esempio. Non si avvale di una bella orazione, anche perché il linguaggio formale è una dote che non sembra appartenergli. Ogni giorno è una sfida contro il sistema e verso sé stesso.

«Rinunci?» dice Fredrickson sogghignando.

«Mi sono soltanto scaldato i muscoli. Ecco che comincia lo sforzo vero…» e afferra una seconda volta le leve.

[…] Ma per, un secondo appena, quando udiamo il cemento scricchiolare ai nostri piedi, pensiamo: Cribbio, potrebbe farcela.

Poi il respiro esplode fuori di lui ed egli cade indietro afflosciato, contro la parete. C’è sangue sulle leve, ove si è lacerato le mani.

[…] (McMurphy) Si ferma sulla soglia e sbircia di nuovo tutti i presenti:

«Ci ho provato, però» dice. «Maledizione, questo almeno l’ho fatto, no?»

Se devo trovare qualche pecca, beh penso sia la scrittura. Non è fluida, forse complice l’edizione datata (1976) che ho letto io. Inoltre la caratterizzazione dei personaggi si limita a McMurhy e all’algida infermiera Ratched. Le storie parallele e personali degli altri pazienti vanno nettamente in secondo piano.

Ho cercato con le mie parole di incuriosirti e di mostrarti a grandi linee quello che succede arricchendo la recensione delle mie impressioni. Non volevo incorrere nello stesso errore che La Rizzoli ha fatto, a mio avviso, in questa edizione. Nella quarta di copertina c’è una notizia di troppo che rappresenta una vera e propria anticipazione del finale.

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