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Recensione: il giardino delle delizie di Joyce Carol Oates

di Verdiana Quattrocchi

Ne Il giardino delle delizie seguiamo le tappe della vita di Clara Walpole, segnate da tre uomini importanti: Carleton, Lowry e Swan.

Titolo: Il giardino delle delizie (Garden of Earthly Delights)
Autore: Joyce Carol Oates
Editore: Il saggiatore
Pagine: 520
Voto: 4/5
Anno di pubblicazione: 1967, nuova edizione 2002
Saga: Epopea americana (Wanderland Quartet)
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Clara rifletteva: se solo fosse stata capace di leggere un po’ meglio – se solo fosse stata capace di scrivere – se non avesse dovuto lottare con le parole, le cose sarebbero state più semplici per lei. Certe volte un’idea le sfiorava la mente, ma non riusciva ad afferrarla. Come una farfalla che svolazzava via, fuori dalla sua portata.

Epopea americana. L’altra faccia dell’America

Joyce Carol Oates è una scrittrice statunitense di Lockport, New York. Il giardino delle delizie nasce come primo volume di una tetralogia dedicata alle classi sociali più diverse. L’Epopea americana, scritta tra il 1967 e il 1971, segna l’inizio della sua prolifica carriera. L’opera è formata da quattro romanzi slegati tra di loro:
– Il giardino delle delizie
– I ricchi
– Loro
– Il paese delle meraviglie
Il filo conduttore sono i personaggi, ritratti unici e rappresentativi di una generazione e di una determina classe sociale. Sono tutti dei perdenti, segnati dalla nascita, vessati dalla vita, feriti dai genitori malvagi o noncuranti.

Con questo primo volume impariamo a conoscere la realtà rurale e, data la provenienza della scrittrice, figlia di genitori della classe operaia, ha anche qualcosa di autobiografico.

Ammetterlo è strano, ma il linguaggio grezzo dei personaggi in tanti miei romanzi riesce a far vibrare una nota nostalgica dentro di me; persino un brutto carattere che si infiamma all’improvviso e la violenza comunissima nel mondo degli economicamente svantaggiati, non mi sembra orribile o moralmente deplorevole, solo autentica. (J.C. Oates)

La trama

Arkansas

Arkansas (Stati Uniti)

I Walpole sono una famiglia di contadini che vive in Arkansas, Stati Uniti, abituati a scontrarsi con problemi reali della vita in cui non c’è spazio per l’immaginazione. Per Carleton, il capo famiglia, ogni giorno è una lotta per la sopravvivenza e tutte le braccia vengono impiegate per dare una mano alla famiglia. Le braccia sono quelle di Pearl, la moglie, e di Sharleen, Clara e Mike, i figli.

E più bambini grandi abbastanza da rendersi utili hai, meglio è: non come in fabbrica, dove c’è sempre qualche legge sul lavoro minorile che ti rema contro.

Clara, dopo aver trascorso l’adolescenza tra gli odori aspri ed erbosi delle piantagioni, e a rubacchiare oggetti insignificanti nei negozi con l’amica Rosalie, si ribella a quel destino di degrado. Si allontana da casa per non farvi più ritorno. Scelta apparentemente condotta dal cuore, si rivelerà essere dettata da un senso di rivalsa e di riscatto sociale. Gli uomini della vita di Clara si alternano portandola via e salvandola da quello precedente.

L’aveva portata via, verso un altro mondo, per salvarla dalla sua vecchia vita nomade.

Ma nonostante i km che la separano dalla sua famiglia, le radici di Clara saranno ben visibili, nel suo modo di porgersi, nelle sue scelte e persino negli occhi dei propri figli.

Lei non lo capiva, ma nella durezza della sua vita percepiva qualcosa di familiare. Era la durezza di suo padre, messa a fuoco più nitidamente.

La mia recensione de Il giardino delle delizie

Come mai, da amante della letteratura statunitense, non avessi ancora preso in mano un libro di Joyce Carol Oates non mi è ancora chiaro, ma meglio tardi che mai!

Uno dei punti di forza del romanzo è la voce che la scrittrice da ai suoi personaggi. Sopratutto Carleton ha un modo offensivo e brutale (se esagera con l’alcol) di rivolgersi agli altri. L’uso della parola “ritardato” in segno di scherno, all’inizio non l’avevo assolutamente gradito. Arrivando alla fine del romanzo, e leggendo la postfazione, ho capito che serviva a rimarcare la provenienza sociale e culturale dei personaggi. Anche sulla differenza di genere la Oates non va per il sottile. Le donne vengono descritte spesso come delle creature che dopo le gravidanze si trasformano in esseri inguardabili. Devo dire che queste descrizioni mi hanno riportato alla mente L’amica geniale di Elena Ferrante, scrittrici molto diverse, ma accomunate dalle stesse tematiche.

Il suo viso era pallido e grazioso come una luna piena: anzi, sarebbe stato grazioso senza quell’espressione da bulldog che Carleton tanto detestava. Quando non ce l’aveva di fronte, Carleton riusciva a ricordare quanto era stata carina, e nemmeno troppo tempo prima.

L’essere un Walpole ti da delle connotazioni che si tramandano di generazione in generazione. Così come gli occhi azzurri e gli zigomi alti, ti ritrovi anche ad essere arrogante e sospettoso. Clara, come il padre, si concentra su problemi reali, le capita di chiedersi come delle semplici parole possano far piangere qualcuno perché lei piange solo se succede qualcosa di reale. L’ambizione è ciò che li accomuna maggiormente e Clara lotterà per tutta la vita per smentire le offese ricevute, per dimostrare di essere meglio di quello che pensano gli altri.

Perché erano tutti felici, e perché singhiozzavano tutti? Perché dovresti piangere se non ti sei fatto male – o se non hai paura di farti del male in futuro? Era per impedire che Dio volesse farti del male? Per dimostrare quanto eri debole?

Mi hanno sorpresa i vari colpi di scena e la scorrevolezza. Non credo che Il giardino delle delizie sia l’opera più riuscita della scrittrice, tenuto conto che è il suo secondo romanzo e terzo libro, ma secondo me è un buon punto di partenza per conoscerla. Man mano che andavo avanti con la narrazione, mi ripetevo che Joyce Carol Oates avesse molto da dirmi e che in futuro avrei voluto leggere molto altro della sua vastissima produzione. Tra i libri che ho inserito in wish-list ci sono I ricchi e Acqua nera. In questi giorni li trovi in ebook su Amazon in ebook ad un prezzo speciale, io ne ho approfittato!

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