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Recensione: Via col vento di Margaret Mitchell

di Verdiana Quattrocchi
Via col vento

Via col vento è un romanzo epico ambientato durante le Guerra civile americana e la ricostruzione, uno dei maggiori best seller del Novecento che ha ricevuto il Premio Pulitzer per il Romanzo nel 1937. Oggi viene ripubblicato con una nuova traduzione.

Titolo: Via col vento (Gone with the wind)
Autore: Margaret Mitchell
Editore: Neri Pozza
Traduttrici:  Annamaria BiavascoValentina Guani (puoi leggere qui l’intervista che i Radicalging hanno fatto alle traduttrici in occasione della #RadicalBookFair)
Pagine: 1194
Voto: 5/5
Anno prima pubblicazione: 1936
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– Di cosa hai paura?

– Oh, di tante cose. […] Patisco la perdita della bella vita di una volta, che tanto amavo. Prima della guerra la vita era bella. Aveva la raffinatezza, la perfezione, la completezza e la simmetria di un’opera d’arte della Grecia Antica.

La scrittrice – Dal mito della terra al mito del Sud

Margaret Mitchell

Margaret Mitchell nasce nel 1900 a Atlanta, Georgia, dove muore nel 1949 per un incidente stradale. Cresciuta in una famiglia altolocata che venera la Confederazione e considera la ricostruzione, periodo in cui il Sud degli Stati Uniti fu posto sotto il controllo militare dell’Unione, un’occupazione da parte del nemico.

M. fu sempre divisa tra la realtà nei confronti dei valori del passato e l’insofferenza verso l’atteggiamento nostalgico della vecchia generazione. (La letteratura americana dal 1900 ad oggi).

Condivide l’amore per la terra e il legame con la civiltà contadina con altre due scrittrici americane, Willa Cather e Pearl S. Buck. Se la prima si concentra sul Nebraska e la seconda sulla Cina del Nord, La Mitchell parla del Sud messo in ginocchio dalla Guerra di Secessione.

Brava giornalista (memorabile un’intervista a Rodolfo Valentino), lascia il lavoro e si impegna per dieci anni nella stesura del romanzo, verificando nel dettaglio tutti i dettagli storici. Via col vento risulta fortemente autobiografico. La sua cocciutaggine, lo spirito ribelle e l’amore per la terra le sono state trasmesse da una madre suffragetta di origine irlandese, come Gerald, il padre della protagonista Scarlett O’hara.

La trama

Il romanzo si apre in un soleggiato pomeriggio di aprile del 1861 e la sedicenne Scarlett O’hara è seduta con i fratelli Tarleton, due delle sue numerose conquiste, nella piantagione del padre, Tara. Scarlett vive la perenne conflittualità data dal suo essere per metà figlia di un’aristocratica della Costa, Ellen e di un irlandese focoso, Gerald. Lei e le sue sorelle, come Ellen prima di loro, sono cresciute da un donnone di una certa età dalla pelle nera, di nome Mammy. Devotissima alla famiglia O’hara, Mammy fa parte di quegli schiavi tanto a cuore agli stati del Sud.

Innamorata da sempre del giovane Ashley Wilkes, Scarlett non crede alle voci che lo vorrebbero sposato a breve con la cugina Melanie Hamilton. Decisa a rivelargli il suo amore, partecipa alla loro festa di fidanzamento alle Dodici Querce, la tenuta dei Wilkes. La festa si rivelerà molto più interessante del previsto, non solo per i Wilkes e i loro invitati, ma anche per un uomo estraneo all’ambiente, Rhett Butler. Di famiglia aristocratica, e ripudiato dalla stessa, il trentacinquenne Rhett non gode di buona fama in società.

La festa alle Dodici Querce, si tiene agli albori della Guerra di Secessione americana (12 aprile 1861), che vede da una parte gli Stati Uniti e dall’altra gli stati Confederati.  Sarà ricordata come l’ultimo evento felice di una generazione che scomparirà, andandosene via con vento.

Scarlett O’hara, la nuova Becky Sharp

Scarlett O'hara e Becky Sharp

Scarlett O’hara e Becky Sharp

Il personaggio di Scarlett O’hara, pregiudicata e talvolta cattiva, viene probabilmente modellato su quello di Rebecca (Becky) Scharp protagonista de La fiera delle vanità di W. M. Thackeray. Scarlett è l’esempio del capitalismo puro, non si fa troppi scrupoli morali, quello che vuole è sopravvivere. I figli e la continuazione della specie non hanno alcun interesse per lei. I modelli e il decoro femminile sono tutti sacrificati tra amori, matrimoni, guai e cocciutaggine.

Riusciva a sopportare solo per poco qualsiasi discorso che non ruotasse intorno a lei […] le altre erano noiose a confronto al suo fascino brillante e mutevole, non si sapeva mai che cosa poteva capitare. Era una cosa che faceva ammattire, ma aveva il suo fascino.

Nasce l’anno in cui viene fondata la città di Atlanta e, a seguito della Guerra di Secessione, rifiuta di assoggettarsi agli yankees e di ammettere la propria sconfitta. Scarlett non si ferma a rimpiangere i bei tempi andati, le persone care perse, le piantagioni di cotone distrutte, i canti degli schiavi e i balli e i pic-nic che facevano da sfondo al corteggiamento dei suoi coetanei, che fanno ormai parte di un mondo spazzato “via col vento”.  Scarlett trova la forza nelle parole del padre. Prima Gerald e poi Ashley le spiegano che la sua vera forza viene dalla terra nativa: Tara, la piantagione da cui può sempre attingere nuova linfa anche se è stata distrutta dai nordisti e colpita dal tifo e dalla fame.

Al personaggio di Scarlett la Mitchell oppone quello di Melanie, che le verrà più volte “affidata” in virtù della sua fragilità e delicatezza e che serberà per lei un profondo e sincero affetto.

La differenza tra loro stava nel fatto che Melanie dispensava gentilezze e lusinghe nel sincero desiderio di rendere anche solo temporaneamente felici i suoi interlocutori, mentre Scarlett lo faceva esclusivamente per interesse personale.

La mia recensione di Via col vento

Margaret Mitchell sa che i personaggi senza spessore e complicanze sono poco interessanti; lei, forte della sua immaginazione, sa costruire i personaggi. C’è una vera e propria dicotomia tra coloro che lottano contro la guerra e la fame, senza piangere e guardarsi indietro, come Scarlett O’hara e Rhett Butler («due muli bardati da cavallo» come li definisce Mammy), e chi, come Ashley Wilkes, il cui animo rimane invece spazzato via con il vecchio mondo e che rimarrà in vita ancorato ai ricordi.

Questi ragazzi non erano tagliati per né la guerra né per comandare, per vivere in una grande villa, cavalcare bei cavalli, leggere libri di poesia e dare ordini agli schiavi.

Il ruolo di Melanie Hamilton risulta invece una via di mezzo, materna e generosa, è forse il personaggio più equilibrato tanto da sembrare irreale, della storia.

La passione di Scarlett verso Ashley è sicuramente il primo motore del romanzo, ma sarebbe sbagliato ridurre la storia a questo. Il tema principale è quello di una generazione che crolla prima con la guerra e dopo con la ricostruzione. Pur essendo i personaggio che ho digerito meno, Ashley è quello che meglio incarna questo aspetto, è un uomo abituato a leggere della guerra sui libri, non ad affrontarla, e a cercare appoggio su due donne, Scarlett e Melanie perché di tempra più forte della sua. Anche durante la ricostruzione rimane un uomo ancorato ad una società passata che cerca di barcamenarsi applicando le regole di un mondo che non esiste più.

Tacciato di essere un romanzo razzista, in effetti la Mitchell risulta tante volte di parte sulla questione degli uomini di colore, descrivendoli talvolta più pericolosi e cattivi di quanto lo fossero realmente. Fa impressione come si usi il termine comprare nei confronti delle persone anziché assumere.

La nuova traduzione

Un successo mondiale da trenta milioni di copie viene oggi ripubblicato dalla Casa Editrice Neri Pozza in una nuova traduzione affidata a Annamaria Biavasco e Valentina Guani che hanno avuto l’onere e il merito di svecchiare un linguaggio che risentiva dell’autarchia linguistica imposta dal fascismo. I personaggi bevono brandy (e non acquavite) e si danno del tu.

Il cambiamento radicale si ha sopratutto per quel che riguarda gli schiavi, sia nella terminologia, sia nel linguaggio parlato. Il termine nigger (negro), oggi considerato offensivo e impronunciabile, è presente più di 100 volte. Le traduttrici hanno usato quanti più sostitutivi per “la parola con la n” come nero, schiavi, servi, servitù.

Via col vento – il film

Il romanzo non aveva bisogno del film per imporsi, ma il temperamento e gli occhi verdi di Vivien Leight nel ruolo di “Rossella” sono indimenticabili. La versione cinematografica, prodotta nel 1939, da David O. Selznick, ha avuto un successo clamoroso seppur una lavorazione travagliata.

Può essere sintomatico che nello stesso anno in cui il film supera ogni concorrente al box-office, il 1939, la stessa casa produttrice, la Metro-Goldwyn-Mayer, e lo stesso regista, Victor Flemig, […] presentino analogo messaggio in chiave fiabesca: le avventure della piccola Dorothy, destinata a scoprire, dopo l’esplorazione di terre fatate, che «non c’è posto come il Kansas» e che […] si può sempre, e si deve, tornare a casa. (Storia della letteratura americana: Dai canti dei pellerossa a Philip Roth).

Riguardando il film a lettura terminata pur non perdendo il suo fascino, risulta troppo veloce e per alcuni versi diverso. La totale mancanza d’istinto materno di Scarlett è molto più accentuata nel libro, data la presenza di altre due gravidanze taciute nel film. Credo sia stata un scelta di regia accurata dal momento che per lei questi pargoli sono totalmente inesistenti. Anche l’età degli attori, molto più maturi rispetto i personaggi letterari, falsa i loro comportamenti. Frasi come «sono stufa di sentir parlare di guerra» dette da una ragazza sedicenne come Scarlett hanno molto più senso che dette dalla ventiseienne Vivien. La Rossella del film è inevitabile, secondo me, piaccia di più. L’interpretazione della Leight è impeccabile, drammatica, passionale e intensa, molto più donna e meno ragazzina.

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