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Recensione: Il teatro di Sabbath di Philip Roth

di Verdiana Quattrocchi
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Il teatro di Sabbath è un capolavoro della letteratura statunitense del novecento traboccante di vita, saggezza e di personalità. Roth qui riesce a dare alla morte, ai ricordi e allo stare insieme la forza della prima volta e della sua presa di coscienza.

Titolo: Il teatro di Sabbath (Sabbath’s theater)
Autore: Philip Roth
Editore: I documenti del Corriere della Sera
Pagine:  p. 468
Voto:  3/5
Anno prima edizione originale: 1995
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Non giudicare Sabbath troppo severamente, Lettore. Né il turbinoso monologo interiore, né la sovrabbondanza di autosovversione, né anni di letture sulla morte, né l’amara esperienza di tribolazioni, perdite, avversità e dolore rendono più facile a un uomo di quel genere (o forse ad un uomo di qualsiasi genere) usare il cervello dinanzi ad un’offerta del genere…

La trama

Mickey Sabbath, sessantaquattro anni (stessa età di Philip Roth al momento della pubblicazione del libro) e un passato prima da marinaio e poi da burattinaio. Vive la vita con entusiasmo ed è uno spirito libero in fatto di erotismo, cosa che lo fa reagire agli scandali con tenacia e determinazione incontrollabili.

Drenka Balich, la popolare partner nella vita e nel lavoro di un albergatore, è l’amante di Sabbath. Il loro non è un rapporto esclusivo, se si considera il termine con l’accezione di “monogamia”, ma lo è nella misura in cui entrambi hanno un passato che li tormenta, una forza ed una carnalità affini. Sarà la sua scomparsa a gettare Sabbath nello sconforto.

Il che dimostra semplicemente quello che prima o poi impariamo tutti: l’assenza di una presenza può stroncare la persona più forte.

Si sarebbe portati a dire che Roth estrae Sabbath direttamente dal cappello della depressione. Lui, dimenticato burattinaio, piccolo e tarchiato, con le dita tormentate dall’artrite deformante, si imbarca in un viaggio turbolento nel suo passato,  e consapevole dell’avvicendarsi della fine di ogni cosa.

La mia recensione de Il teatro di Sabbath

Questo libro, va detto, non è per tutti i palati. Philip Roth ha messo in conto che alcuni lettori avrebbero potuto trovare il libro rivoltante e per nulla divertente. Ma questo genere di rischio è proprio quello a cui puntava.

La rivista People ha definito Mickey Sabbath «la creazione più spietata e riuscita di Roth». Se non fosse per la diversa estrazione culturale, questo personaggio, burattinaio dal passato di marinaio, ricorderebbe il professore David Kepesh (protagonista della trilogia: Il seno, Il professore del desiderio e L’animale morente).

Nonostante l’età e l’artrite Sabbath continua ad essere dedito alla sua vocazione alternativa di vecchio zozzone e puttaniere. La cosa che gli riesce più difficile rinunciare è, infatti, il sesso. Il testo è ricco di personaggi con il medesimo appetito sessuale e disprezzo per le regole. Queste peculiarità, di cui se ne fa lungamente descrizione nel libro, con atti volutamente osceni e provocatori (vedi le masturbazioni cimiteriali e le odi alle erezioni mattutine) hanno reso il libro non solo assurdo, ma alle volte urticante.

Roth ci mostra tutte le sue qualità ripugnanti per indurci ad accettare l’animale uomo, la cui importanza letteraria deriva dai libri di Henry Miller. Ventisei anni dopo Il lamento di Portnoy, ma prima de La trilogia americana, il suo linguaggio si arricchisce di nuova bellezza, un’esperienza che Roth definisce la più libera della sua vita.

Purtroppo io non ricorderò questa come la migliore esperienza di lettura rothiana. Per un gusto meramente personale, ho provato verso Sabbath le stesse sensazioni provate verso Kepesh leggendo L’animale morente (per leggere la mia recensione clicca qui). Non si tratta di mettere alla berlina quello che lo stesso Sabbath definisce «il prezioso substrato dionisiaco della vita», e neppure di non empatizzare con nessun personaggio. Avrei preferito un intreccio di trama più consistente e meno divagazioni filosofiche atte a giustificare (anche troppo) la varietà dissacrante e inesauribile di giochi erotici.

Se volete un libro con il quale conoscere Philip Roth non vi consiglio di partire da questo. Il Teatro di Sabbath, però, lo ammetto, è un romanzo imprescindibile per apprezzarne la sua scrittura, perché se Portnoy è l’origine, Sabbath ne è l’epilogo.

Un romanzo autobiografico

Anche se si tratta di romanzi, non è detto che tutto sia finzione. Philip Roth, in maniera spesso provocatoria, crea dei personaggi immaginari per colpire persone reali, e trae spunto per le ambientazioni dai suoi ricordi.

Tutto ebbe inizio perché stavo cercando un posto dove farmi seppellire. (Roth scatenato di Claudia Roth Pierpont)

Il teatro si Sabbath trae forza ed ispirazione dalla scomparsa dell’amica ed ex amante Janet Hobhouse, morta per un cancro alle ovaie a soli quarantadue anni. Il protagonista Mickey Sabbath è cresciuto in una cittadina del Jersey Shore dove la famiglia Roth era solita trascorrere qualche settimana in estate. Dopo anni trascorsi in mare diventa direttore del Teatro degli Indecenti di Manhattan, anche la zia di Philip lavorava per un teatro delle marionette della Wpa.

Le battute e le descrizioni di personaggi volutamente antinipponiche (come Kimiko Kakizaki, la preside di facoltà che viene definita «viperina giapponese») potrebbero essere deliberatamente provocatorie verso Michiko Kakatumi per la sua recensione di Operazione Shylock.

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