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Recensione: Mille splendidi soli di Khaled Hosseini

di Verdiana Quattrocchi

Mille splendidi soli è la commovente storia di due donne, Mariam e Laila, che soffrono e sopportano in silenzio tutto ciò che gli cade addosso in un Afghanistan assediato dalla guerra.

Titolo: Mille splendidi soli (A Thousand Splendid Suns)
Autore: Khaled Hosseini
Editore: Piemme
Pagine:  p. 429
Voto: 4/5
Anno pubblicazione: (edizione Piemme) 2007
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Non si possono contare le lune che brillano sui suoi tetti, né i mille splendidi soli che si nascondono dietro i suoi muri.

Mi sono approcciata a questo libro un po’ prevenuta lo ammetto; quando un libro riceve tanti consensi dal pubblico io, invece, me ne discosto. Ma quando l’ho visto, insieme a il cacciatore di aquiloni, su una bancarella dell’usato ho deciso di dargli una chance, ed ho fatto bene!

La trama

In Mille splendidi soli Khaled Hosseini narra le vicende del popolo afghano dagli anni ’70 agli anni 2000 dopo il crollo delle Torri gemelle. Lo fa attraverso gli occhi di due spettatrici femminili, Mariam e Laila. Mariam è una giovane harami che vive in una kolba in cima alla collina insieme alla mamma Nana. La città più vicina, Herat,  è più lontana culturalmente che fisicamente dalla (relativamente) più liberale e progressista Kabul. Layla è nata a Kabul e vive con una madre in pena per i figli in guerra ed un padre che le ha sempre insegnato l’importanza dell’istruzione, sopratutto per una donna.

Il matrimonio può aspettare, la scuola no. […] quando la guerra sarà finita l’Afghanistan avrà forse più bisogno di donne che di uomini. Perché una società non ha possibilità di progredire se le sue donne sono ignoranti, Laila, nessuna possibilità.

Mariam e Laila non si conoscono, ma non sanno che, un giorno, questa guerra che tanto separa, le unirà in un rapporto indissolubile.

La mia recensione di Mille splendidi soli

Mille splendidi soli rientra in quella categoria di libri necessari, attraverso i quali si viene a conoscenza di una realtà atroce che solo in apparenza non ci tocca direttamente. Come essere umano e donna sopratutto, non si può rimanere indifferenti ad una tale violazione della libertà. Leggere che la libertà e le opportunità di cui avevano goduto le donne tra il 1978 e il 1992 appartenevano al passato mi ha fatto molto male.

Da subito lo stile dell’autore non mi ha colpita, l’ho trovato poco riconoscibile, ma se paragonato alla forza della trama è cosa di ben poco conto. K. Hosseini da per scontato il significato di alcune parole, e anche se la maggior parte vengono tradotte simultaneamente, un glossario sarebbe stata una buona scelta editoriale.

K. Hosseini racconta la storia di Mariam e Laila in parallelo, mostrandoci che la guerra purtroppo è molto più forte di qualunque storia familiare, non fa differenza né di genere né di età, quello spetta all’uomo. Ancor prima che l’Emirato islamico dell’Afghanistan applicasse le sue leggi (una loro interpretazione della sharia), in molte zone del paese si viveva già seguendole.

Imparalo adesso ed imparalo bene, figlia mia. Come l’ago della bussola segna il nord, così il dito accusatore dell’uomo trova sempre una donna cui dare la colpa. Sempre, ricordalo.

La donna non ha una sua identità e dignità, esiste solo in quanto figlia, moglie e madre. Venduta come merce di scambio, vede più mazzate che momenti sereni; lo scrittore ci fa entrare in quelle mura, ci fa sentire tutto il loro dolore, ma anche la loro forza.

Il tema al quale K. Hosseini ha dato più spazio è stato quello della maternità. È un tema che ricerco molto nei libri che leggo, ma qui viene trattato con un’intensità ed una forza che raramente ho incontrato. Solo la forza di una madre, così carica del naturale amore figliale, può arrivare a sopportare perfino la morte.

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