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Recensione: Dio di illusioni di Donna Tartt

di Verdiana Quattrocchi
Dio di illusioni

Dio di illusioni è la storia di sei ragazzi uniti dalla passione per la letteratura e da crimini che servono a celare segreti sotto la maschera del perbenismo.

Titolo: Dio di illusioni (The Secret History)
Autore: Donna Tartt
Editore: Rizzoli
Voto: 5/5
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Chi erano quelle persone? Quanto le conoscevo? Avrei potuto, al bisogno, fidarmi davvero di loro? E perché, tra tutti, avevano scelto di raccontarlo proprio a me?

La trama

Il diciannovenne Richard Papen è l’unico figlio di una modesta famiglia. Di origini californiane, viene cresciuto a Plato e, finito il liceo, studia greco per due anni, non per attitudini o preferenze personali, ma perché propedeutico per gli studi in medicina. Il mestiere del medico gli avrebbe permesso di migliorare il suo status e quindi il suo destino. Scelta casuale, ma che si rivela fatidica.

Per completare questi studi umanistici si iscrive ad Hampden, un piccolo e raffinato college nel Vermont ed entra a far parte della classe del professore di greco Julian Morrow. Julian ama il suo lavoro tanto da farlo in maniera quasi del tutto gratuita, splendido oratore ed esteta raffinato, ha un forte ascendente sui ragazzi incoraggiandoli alla ricerca della bellezza. Accetta, però, un numero molto limitato di studenti, tanto che all’attivo ne conta solo 5: i gemelli Charles e Camilla Macaulay, Bunny Corcoran, Francis Abernathy ed Henry Winter che ha una vera e propria venerazione per Julian.

Da vicino formavano una comitiva singolare – almeno per me, che non avevo mai visto nulla di simile: immaginavo in loro qualità affascinanti e fantastiche.

A differenza di Richard, i suoi colleghi di corso hanno un estrazione sociale molto più alta, ma dei segreti ben più sconvolgenti. Nonostante questo, complice la sua capacità di mentire, si sentirà sempre di più parte del gruppo, lasciandosi investire anche da colpe non sue.

Vi ricordate la definizione di giustizia nella Repubblica di Platone? Giustizia, in una società, è quando ogni livello di una gerarchia funziona all’interno della sua posizione, essendone pago. Un povero che ambisca a elevarsi al suo stato si rende miserabile. E l’uomo povero ma saggio ha coscienza di ciò, come ne ha coscienza il ricco e il saggio.

La mia recensione di Dio di illusioni

Dio di illusioni è stato per me il libro giusto al momento giusto. Sai quando sei in pieno blocco del lettore e non hai il coraggio di scegliere dalla libreria nient’altro? Beh io mi sentivo in questo modo. Fin quando, su una bancarella, ho trovato questo libro. È lui a chiamare me. Quando è un libro a chiamarti è difficile che si sbagli! Ambientato nell’inverno rigido della Costa Orientale, gennaio mi è sembrato il periodo perfetto per cominciarlo.

Noi siamo gli occhi di Richard Papen, protagonista e voce narrante. Attraverso lui impariamo a conoscere gli altri, ma solo gradualmente. Crediamo a quello che raccontano, facendoci impressionare dai loro visi puliti e dalle camice inamidate, ma pian piano, a differenza di Richard, iniziamo a dubitare. Dio di illusioni è il libro che esprime a pieno il concetto: nessuno è quello che vuole apparire. Questi ragazzi, troppo giovani da aver assistito solo ai funerali di Stato in televisione, si comportano come «qualcuno che non sapeva che ci fosse al mondo una cosa come la morte, che non ci avrebbe creduto, anche se l’avesse vista, che non si sarebbe mai immaginato che potesse arrivare».

  • «È stata la notte più importante della mia vita» disse con calma. «Mi ha permesso di fare ciò che ho sempre desiderato»
  • «Che sarebbe?»
  • «Vivere senza pensare»

L’ambientazione è la sua cornice perfetta: dal tipico college universitario, con le sue ore di lezione, alla vecchia villa in aperta campagna, con le sue disquisizioni filosofiche accompagnate dallo stordimento dell’alcol. Se all’inizio ricorda molto il film l’Attimo Fuggente, ci rendiamo presto conto che siamo di fronte ad una storpiatura degli insegnamenti ricevuti dai grandi classici, che ti porta a guardare si la vita da una diversa angolazione, ma da quella più cinica e spietata.

Personalmente la narrazione non l’ho trovata lenta, ma non aspettarti il ritmo serrato o i colpi di scena di un thriller, perché non siamo di fronte a questo genere di libro. Fa eccezione il terzo capitolo, quello in cui Richard non torna a casa per le vacanze, davvero troppo lento e ridondante. Non ho amato tanto le personalità descritte dalla Tartt quanto l’atmosfera che ha saputo creare. Mi hanno tenuta incollata alle pagine sia la curiosità di quello che sarebbe successo dopo, sia i risvolti psicologici dei personaggi. I legami saldi e certi nei primi capitoli crollano come le menti fredde e calcolatrici lasciano il posto alla paura e alla follia.

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