Cinque romanzi, un protagonista principale e una famiglia da cui è impossibile uscire indenni. Una saga quella de I Melrose di Edward St Aubyn che racconta il tentativo di costruirsi un’identità al di là dei traumi dell’infanzia, ma è anche un’opera in cui la scrittura, l’ironia e i riferimenti letterari hanno un peso determinante.
Titolo: I Melrose il ciclo completo (Non importa, Cattive notizie, Speranza, Latte materno, Lieto fine)
Titoli originali: Never Mind, Bad News, Some Hope, Mother’s Milk, At Last
Autore: Edward St Aubyn
Genere: narrativa contemporanea, romanzo di formazione, saga famigliare
Anno di pubblicazione: 1992 – 2011
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Una saga difficile da raccontare
È difficile parlare de I Melrose senza avere la sensazione di lasciare fuori qualcosa. Ho letto tutti e cinque i romanzi in tempi record: circa novecento pagine che sono volate eppure, più prendevo appunti, più mi rendevo conto di quante cose avessi da dire. I collegamenti letterari, le riflessioni sui personaggi, le frasi che meritavano di essere rilette. A un certo punto ho dovuto impormi di tirare le somme, altrimenti questa recensione sarebbe diventata un saggio di proporzioni decisamente eccessive. In questa recensione approfondirò alcuni passaggi della trama e le dinamiche tra i personaggi, per soffermarmi soprattutto su ciò che rende questa saga tanto interessante.
Patrick Melrose: diventare adulti senza smettere di essere figli
Uno degli aspetti che ho trovato più interessanti è proprio il modo in cui la saga segue la costruzione dell’identità di Patrick. La sua infanzia è segnata dalla violenza del padre, David, e dall’incapacità della madre, Eleanor, di proteggerlo. La famiglia, anziché essere il luogo in cui dovrebbe formarsi una personalità, diventa lo spazio in cui questa viene ferita prima ancora di potersi sviluppare.
Patrick sembra così uscire da se stesso. Il suo percorso, nel corso dei cinque romanzi, diventa il tentativo di ritrovare un centro, di recuperare una continuità fra il bambino che è stato e l’adulto che cerca di diventare.
In questo senso, ho avvertito una certa vicinanza a Proust e alla sua rappresentazione della memoria. Il passato non è semplicemente qualcosa che si lascia alle spalle: riemerge attraverso associazioni, sensazioni e ricordi che continuano a condizionare il presente. Patrick non può limitarsi a dimenticare ciò che gli è accaduto, perché la sua infanzia continua a vivere nel modo in cui percepisce se stesso e gli altri.
Nel primo romanzo, questa frattura si manifesta già nel rapporto con la madre. Ciò ricorda una scena della Recherche di Proust: il bambino che aspetta il bacio della buonanotte, un gesto apparentemente semplice che assume un’importanza enorme perché rappresenta una conferma d’amore. Nel caso di Patrick, quel bacio non arriva, perché Eleanor viene trattenuta dal marito.
È una scena che racconta molto più di una mancata dimostrazione d’affetto. Per un bambino, l’amore dei genitori è una forma di sicurezza e di riconoscimento. Quando viene meno, soprattutto in un ambiente dominato dalla violenza, può diventare difficile persino capire quale posto si occupi nel mondo.
La mente di Patrick e il tentativo di sfuggire al dolore
In Cattive notizie, Patrick è adulto e fa uso di droghe, ma la sua mente sembra tutt’altro che libera. È attraversata da voci, personaggi e associazioni che si accavallano continuamente, come se non riuscisse a trovare un punto fermo.
«A volte si sentiva come un televisore di cui qualcun altro, impaziente, cambiasse i canali a gran velocità».
Questa rappresentazione mi ha fatto pensare a Richard “Richie” Tozier di It di Stephen King, per la sua capacità di giocare con le voci, le imitazioni e l’ironia anche quando si trova ad affrontare situazioni terribili, quell’ironia che può diventare l’unico modo per attraversare l’orrore senza lasciarsene completamente sopraffare. Non elimina il dolore, ma gli permette, almeno per qualche momento, di trasformarlo in qualcosa che può essere osservato e raccontato.
Raccontare il trauma per smettere di esserne prigionieri
In Speranza accade qualcosa di fondamentale: Patrick riesce a raccontare a Johnny, un amico che ha condiviso con lui una parte dell’infanzia, ciò che ha subito.
Il paragone con Il Processo di Kafka mi ha colpita particolarmente. Josef K. viene arrestato senza che gli venga spiegato quale sia il suo reato; Patrick, da bambino, vive le violenze come se fossero punizioni per una colpa che non riesce a comprendere. Gli viene imposto un castigo senza che possa capire quale regola abbia infranto.
È una delle forme più crudeli della violenza subita nell’infanzia: non soltanto il dolore, ma la confusione morale che ne deriva. Il bambino può finire per percepirsi come colpevole, pur non avendo alcuna responsabilità per ciò che gli accade.
Pensare a Patrick così piccolo e solo mi ha colpita profondamente, anche nella mia sensibilità di madre. Eppure, proprio quando il suo percorso sembra più doloroso, emerge la possibilità di un cambiamento.
A pagina 397 troviamo una delle frasi che considero più significative dell’intera saga:
«Ora sono stanco di odiarlo. Non ce la faccio più. L’odio mi tiene legato a quegli eventi, e non voglio più essere un bambino».
Patrick non sta dicendo che il padre meriti di essere perdonato, né che il passato possa essere cancellato. Sta riconoscendo che continuare a vivere nell’odio significa rimanere legato a ciò che lo ha ferito. È qui che vedo il senso più profondo del suo romanzo di formazione: crescere non significa diventare una persona che non ha subito traumi, ma provare a diventare una persona che non coincide più soltanto con essi.
Mi è venuto in mente anche un possibile parallelismo con La signora Dalloway di Virginia Woolf, in particolare nel contrasto fra il personaggio di Clarissa e quello di Septimus. È un’associazione interpretativa che richiederebbe un approfondimento ulteriore, ma mi ha fatto riflettere sulle diverse possibilità di convivere con il trauma e sulla difficoltà di continuare a vivere senza negare la realtà di ciò che è accaduto.
Eleanor Melrose: la filantropia come forma di cecità
Se Patrick rappresenta il tentativo di recuperare se stesso, Eleanor incarna una delle contraddizioni più dolorose della saga: la possibilità di occuparsi del mondo intero senza riuscire a vedere chi ci sta accanto. La madre di Patrick è un personaggio ambiguo. Da una parte si dedica a cause umanitarie, iniziative benefiche e percorsi spirituali; dall’altra non riesce a riconoscere, o non vuole riconoscere, la violenza che il marito esercita sul figlio.
«La cui telescopica filantropia aveva salvato innumerevoli orfani in Etiopia mentre il proprio figlio cadeva nel fuoco».
Questa frase mi sembra condensare perfettamente la contraddizione di Eleanor. La sua attenzione si rivolge verso cause lontane, verso un’umanità astratta, mentre il bambino che avrebbe bisogno della sua protezione rimane solo.
Il riferimento a Mrs Jellyby, personaggio di Casa desolata di Charles Dickens, è particolarmente significativo. Dickens utilizza l’espressione «filantropia telescopica» per descrivere una donna tanto assorbita dai propri progetti umanitari da non riuscire a occuparsi della famiglia e del disastro domestico che la circonda.
St Aubyn riprende questa immagine e la inserisce in un contesto ancora più doloroso. La filantropia di Eleanor non è soltanto una distrazione: diventa il simbolo della sua incapacità di affrontare la realtà familiare. Non è necessario stabilire quanto questa cecità sia deliberata e quanto dipenda dall’incapacità di confrontarsi con ciò che la spaventa. Le conseguenze, però, restano le stesse: Patrick non viene protetto dalla persona che avrebbe dovuto farlo.
Comprendere un personaggio non significa assolverlo. Ed è proprio questa una delle qualità di St Aubyn: ci permette di entrare nella mente dei suoi personaggi senza cancellare la responsabilità delle loro azioni.
La famiglia scelta: Patrick diventa padre
Con Latte materno la prospettiva cambia. Patrick non è più soltanto il figlio di una famiglia devastante: è diventato padre a sua volta e deve confrontarsi con la possibilità di costruire relazioni diverse da quelle in cui è cresciuto. È un passaggio che introduce una domanda fondamentale: che cosa trasmettiamo davvero ai nostri figli?
Non soltanto i traumi, i comportamenti o le ferite, ma anche il nostro modo di pensare, di interpretare ciò che accade e di costruire associazioni fra le cose. Robert, il figlio di Patrick, sembra ereditare proprio questa capacità di prendere un frammento della realtà e lasciarlo proliferare nell’immaginazione, fino a costruire attorno a esso un universo di pensieri e visioni.
Mi interessa molto questo aspetto perché evita di ridurre l’eredità familiare a una semplice ripetizione del trauma. Patrick può trasmettere ai figli anche caratteristiche positive, come la sensibilità e l’immaginazione, senza per questo essere completamente libero dalle proprie contraddizioni.
La sua nuova famiglia rappresenta la possibilità di scegliere una vita diversa, ma non sono del tutto convinta che questa conquista sia compiuta.
Mary e i limiti della nuova famiglia
Il rapporto con Mary, la moglie di Patrick mi ha lasciata perplessa. Dopo la maternità, sembra che la sua dedizione ai figli abbia progressivamente modificato la relazione con Patrick, anche sul piano dell’intimità. La sua capacità di prendersi cura degli altri è evidente, così come la dolcezza con cui cerca di aiutare il marito, ma resta una distanza fra i due che non sono riuscita a comprendere fino in fondo. Anche il modo in cui Mary accetta la relazione extraconiugale di Patrick mi sembra rivelatore di un rapporto in cui la vicinanza e la distanza convivono senza trovare una soluzione semplice.
La saga non offre quindi l’immagine rassicurante di un uomo che, diventato adulto, riesce finalmente a lasciarsi tutto alle spalle. La possibilità di una vita scelta esiste, ma non coincide con la scomparsa di ogni difficoltà.
Lieto fine: il privilegio, la cultura e l’ironia sociale
Nell’ultimo romanzo, Lieto fine, lo sguardo si allarga ulteriormente al mondo sociale in cui i personaggi si muovono.
Un passaggio che mi ha colpita è quello in cui Nicholas Pratt ragiona sul numero nove, sulle ostriche e sulle fave mentre ascolta la lettura di una poesia di William Butler Yeats, il poeta irlandese che Nicholas apprezza soprattutto quando sembra farsi interprete degli ideali aristocratici. Il suo ragionamento è apparentemente insignificante: ordinare nove ostriche può sembrare una scelta raffinata, mentre coltivare nove file di fave gli appare artificioso. Eppure questa distinzione rivela molto del personaggio. Le ostriche sono associate al lusso e a un certo gusto gastronomico; le fave appartengono invece a un mondo più comune, contadino. Il numero nove sembra quindi elegante o ridicolo a seconda dell’oggetto a cui viene applicato. È un dettaglio che mostra quanto il gusto personale possa essere condizionato dall’appartenenza sociale e trasformarsi in un distintivo di classe.
Nicholas incarna un’aristocrazia legata alla gerarchia, allo snobismo e alla convinzione che il privilegio sia quasi una forma di superiorità naturale. La sua cultura non è necessariamente falsa, ma è filtrata da un sistema di valori che gli impedisce di riconoscere fino in fondo le contraddizioni del proprio mondo.
La poesia e la cultura diventano così strumenti attraverso cui i personaggi costruiscono un’immagine di sé e della società a cui appartengono. Il loro valore non viene necessariamente negato, ma viene osservato attraverso l’ironia di St Aubyn, che mostra quanto anche le preferenze letterarie possano essere influenzate dalla classe sociale.
La scrittura di Edward St Aubyn: quando il modo di raccontare conta più degli eventi
Se dovessi individuare l’aspetto che mi ha interessata maggiormente, sceglierei la scrittura. Non perché la vicenda di Patrick sia secondaria, ma perché è il modo in cui viene raccontata a darle una profondità particolare.
In un’intervista, St Aubyn ha spiegato quanto sia stato importante per lui il modello di alcuni grandi autori: Proust, I morti di James Joyce, Ritratto di signora di Henry James e Beckett. Ha inoltre espresso una concezione del narratore che deve scomparire, entrare nella mente dei personaggi e adottarne la lingua.
Questa idea è fondamentale per comprendere I Melrose. Il narratore non si limita a descrivere dall’esterno ciò che i personaggi fanno o provano. La narrazione si avvicina al loro modo di pensare, ne assume il lessico, ne segue le associazioni e lascia emergere le contraddizioni attraverso il loro stesso linguaggio.
La coscienza dei personaggi e il discorso indiretto libero
Una delle tecniche che aiutano a comprendere questo effetto è il discorso indiretto libero, attraverso cui la voce narrante si intreccia con quella del personaggio senza che sia sempre possibile tracciare una separazione netta.
Il lettore non riceve soltanto informazioni sulla psicologia di Patrick: viene accompagnato dentro il movimento dei suoi pensieri. Le associazioni possono susseguirsi rapidamente, un dettaglio può richiamarne un altro e una riflessione può aprirsi a una serie di collegamenti che sembrano seguire la logica della coscienza più che quella di un racconto lineare.
In questo senso, il legame con Proust mi sembra particolarmente utile. La memoria non viene rappresentata come un archivio ordinato, dal quale estrarre ricordi a piacimento, ma come un processo in cui il passato continua a riaffiorare e a modificare il presente.
La storia di Patrick è anche una storia di ciò che la mente riesce a fare con il dolore: tentare di allontanarlo, trasformarlo, raccontarlo o aggirarlo. La forma narrativa permette di percepire queste oscillazioni senza ridurle a una spiegazione psicologica esplicita.
L’ironia: una lama a doppio taglio
L’altra caratteristica che trovo distintiva è l’ironia. St Aubyn riesce a far convivere situazioni dolorose e osservazioni comiche senza che l’una cancelli le altre. Nel caso di Patrick, l’umorismo può essere una forma di difesa. La capacità di costruire associazioni assurde, imitare voci e osservare il mondo con sarcasmo gli permette di non essere completamente sopraffatto da ciò che vive.
Ma l’ironia ha anche una funzione critica più ampia. St Aubyn la utilizza per smontare le convenzioni sociali, le pretese culturali e l’immagine che i personaggi hanno di se stessi. Spesso sono proprio i loro ragionamenti a rivelarli. L’autore non ha bisogno di intervenire continuamente per dirci che un personaggio è ipocrita o snob: basta lasciarlo parlare abbastanza a lungo perché emerga la contraddizione fra ciò che crede di essere e ciò che il lettore vede.
È una forma di satira particolarmente efficace perché non dipende soltanto dalla battuta brillante. Nasce dalla distanza fra la sicurezza con cui un personaggio esprime le proprie convinzioni e l’assurdità di ciò che sta dicendo.
Le metafore come strumenti di conoscenza
Anche le immagini utilizzate da St Aubyn meritano attenzione. La metafora del televisore che cambia canale, per esempio, non è semplicemente una frase efficace: restituisce al lettore una percezione della frammentazione mentale di Patrick. Lo stesso vale per la filantropia telescopica di Eleanor. In poche parole, un’immagine concreta rende visibile un’intera contraddizione morale.
La scrittura non aggiunge quindi soltanto eleganza alla storia: determina il modo in cui la comprendiamo. Una buona metafora può condensare una situazione psicologica complessa, mentre un’associazione apparentemente marginale può rivelare qualcosa che una spiegazione diretta avrebbe reso meno incisivo.
Una saga sulla possibilità di scegliere chi diventare
In definitiva, non posso dire che I Melrose mi abbiano coinvolta quanto immaginavo. Alcune parti mi sono sembrate eccessivamente elaborate e non tutti i rapporti fra i personaggi mi hanno convinta allo stesso modo. Eppure considero la saga un’opera che merita attenzione, soprattutto per il modo in cui St Aubyn riesce a intrecciare introspezione psicologica, ironia e critica sociale.
Patrick rimane al centro di una domanda che va oltre la sua storia personale: quanto possiamo davvero liberarci della famiglia in cui siamo cresciuti? Forse non è possibile cancellare ciò che ci ha formati, né separare completamente la nostra identità dalle esperienze che abbiamo vissuto. Ma questo non significa che siamo condannati a ripetere per sempre il passato.
Il percorso di Patrick non è una guarigione definitiva e non conduce a una riconciliazione capace di sistemare tutto. È piuttosto il tentativo di riconoscere ciò che è accaduto senza lasciare che continui a occupare ogni spazio della propria esistenza.
Credo che sia questo il nucleo più interessante de I Melrose: la possibilità di costruirsi una vita propria, pur portando con sé le tracce di quella che ci è stata imposta.
Una seconda lettura potrebbe forse permettermi di cogliere meglio alcuni riferimenti letterari e alcune sfumature che mi sono sfuggite. Per ora, quello che mi resta è soprattutto l’impressione di aver letto un’opera in cui la scrittura riesce spesso ad andare oltre la vicenda narrata, aprendo domande che continuano a lavorare anche dopo aver chiuso l’ultimo libro.
