Home Libri Recensione: Ho sposato una comunista di Philip Roth – l’abitudine si forma quando si è traditi

Recensione: Ho sposato una comunista di Philip Roth – l’abitudine si forma quando si è traditi

di Verdiana Quattrocchi

Ho sposato un comunista è la storia di un uomo accusato di essere un comunista da colei che avrebbe dovuto supportarlo, la moglie. La storia di in tradimento con un susseguirsi di personaggi portatori di difetti o concepiti in chiave comica, nell’ipocrisia dell’America del maccartismo.

Titolo: Ho sposato un comunista (I married a comunist)
Autore: Philip Roth
Editore: I documenti del Corriere della Sera
Pagine:  p. 350
Voto: 3 / 5
Anno prima edizione originale: 1998
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Devo far qualcosa perché qualcosa dev’esser fatta. E non me ne importa un’accidente se non lo sa nessuno tranne me.

La trama

L’alter ego di Philip Roth, Nathan Zucherman, è la voce narrante della storia. Nathan è un di giovane studente che dalla scuola non vuole imparare solo come esprimersi con precisione, ma sopratutto ad essere vivaci senza essere stupidi o come non essere troppo ben dissimulati o troppo ben educati. Riconosce nel docente d’inglese, Murray Ringold, un riferimento. Ma ben presto, la figura che avrebbe assunto come modello per la vita diventa il fratello del professore, Ira Ringold. Iron Rinn è un ex scaricatore di porto impegnato nelle lotte sindacali che diventa negli Stati Uniti un attore radiofonico di successo.

A distruggere Ira Ringold è il matrimonio con la diva del cinema muto Eve Frame. Quest’attrice dalla dizione perfetta, ha un’insopportabile figlia, Sylphid, che non la pianta di far pagare alla madre i suoi antichi errori. Eve plasma gli eventi che mettono Ira nei pasticci scrivendo un libro di scandalose rivelazioni intitolato Ho sposato un comunista, gettando ignominia sul suo nome e trascinando con lui anche Murray e Nathan.

La mia recensione di Ho sposato un comunista

«Una mal dissimulata vendetta» (Pubblishers Weekly)
«Un avvincente romanzo a sfondo politico» (New York Times)
«Se al mondo è esistito un misogino quello è Roth» (Guardian)

Questo il tenore dei titoli delle recensioni all’uscita di Ho sposato un comunista. Pareri molto contrastanti furono dati a riguardo; sembra che il pubblico femminile l’ha tacciato di «misoginia», quello maschile gli ha portato maggiore ammirazione. Prendendo le dovute distanze da entrambe le posizioni, a me questo romanzo non mi è piaciuto, ma non taccerei Roth di misoginia.

Sia nel personaggio di Merry in Pastorale americana (puoi leggere la mia recensione qui) che in quello di Sylphid in Ho sposato un comunista si ravviserebbe, in effetti, un certo astio nei confronti del genere femminile. In realtà, è proprio attorno a questi personaggi che ruotano entrambe le vicende. Sylphid è il personaggio meglio caratterizzato del romanzo, la perfetta maschera teatrale dell’antagonista. Roth le da le battute migliori trasformandola nel personaggio più interessante del libro quasi ad oscurare del tutto Ira, le cui gesta sono relegate al racconto del fratello. Inoltre per ogni personaggio negativo ne colloca uno altrettanto positivo (come Lorraine, la figlia di Murray, che tenderà a prendere posizione in difesa dello zio, comportamento che anni dopo Roth descriverà come «il gesto di lealtà più toccante del romanzo»).

Seppur la narrazione congiunta a due voci e la particolare sensibilità di Roth di incastonare perfettamente i sentimenti umani nella vicenda, siano elementi di pregio del romanzo, la trama e i personaggi non risultano altrettanto interessanti. Persino il tema del potere dell’insegnamento non mi ha convinta del tutto. è vero che Nathan vede in Ira un mentore, tanto da suscitare la vulnerabilità del proprio padre, ma non ho visto in Ira un personaggio dalla personalità tale da meritarsi questo riconoscimento.

Sia moralmente che emotivamente, trovarsi tutti questi padri supplementari, come una bella ragazza colleziona ammiratori, è un gioco più pericoloso di quanto si possa immaginare sul momento.

Ho sposato un comunista rimane comunque un Roth, ed essere un Roth è come avere un marchio di fabbrica che vuol dire qualità. Anche se la trama non mi incuriosiva fin dall’inizio, sono contenta di aver affrontato la lettura e continuando così la Trilogia di Zuckerman iniziata con Pastorale americana e che concluderò con la lettura de La macchia umana.

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1 commento

Recensione de Lo scrittore fantasma di Philip Roth · Bully Books 23 Agosto 2019 - 19:35

[…] ho amato nessuno in particolare. Come in Ho sposato un comunista (per leggere la mia recensione vai qui), conferisce il ruolo primario ad una donna. Devo ammettere, infatti, che la storia di Amy sia […]

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